lunedì 8 agosto 2011

ELENA - ЕЛЕНА


Autore: Carlo Spera
Tratto da: 
“Viaggio al termine della notte.
20 anni dopo l'esplosione della centrale di Cernobyl”
Casa editrice: ViediMezzo
Data: 2006

Автор: Карло Спера
Из: 
Путешествие на край ночи
20 лет после взрыва на ЧАЭС”
Издательство: ViediMezzo (Италия)
Дата:
 2006
 г.
К сожалению, русского оригинального текста интервью нет.


ELENA

Direttrice di un’associazione di famiglie con bambini malati di cancro

La nostra associazione è stata fondata quindici anni fa. Noi uniamo le famiglie in cui ci sono bambini malati. La nostra è una società di genitori senza nessun finanziamento da parte dello stato. Sopravviviamo quasi esclusivamente con donazioni straniere.

C’è un perché?

No. Per questo motivo finché avremo aiuti esisteremo, quando non ci saranno più cesseremo di lavorare. Il nostro scopo principale è aiutare il Centro Oncologico Pediatrico di Minsk a raccogliere medicinali e attrezzature necessarie per curare i nostri bambini. In pratica noi riusciamo a far arrivare in clinica i medicinali e le attrezzature mediche che non si riesce a ottenere dallo stato. Vi faccio un esempio: il Centro ci comunica di aver bisogno di un medicinale e noi traduciamo la richiesta e la inoltriamo ai nostri partner stranieri. Poi facciamo tutte le pratiche per ottenere i permessi per fare entrare in Bielorussia quel medicinale. Se il permesso viene accordato il medicinale viene spedito qui e noi lo distribuiamo al Centro. Tutti i medicinali che richiediamo all’estero sono necessari per salvare la vita ai bambini.

Perché fate questo lavoro?

Tutti quelli che lavorano in questa società hanno o hanno avuto problemi in famiglia; tutti noi abbiamo sofferto: il direttore, io, anche quelli che lavorano in magazzino; anche le ragazze che stanno di là in ufficio in passato hanno avuto problemi oncologici. Delle quattro che avete visto tre hanno avuto un tumore. Da piccole erano malate, ma adesso hanno sconfitto la malattia e studiano tutte all’università. Vengono qui da noi per aiutare, per partecipare.
Noi lo sappiamo che i bambini malati di tumore hanno delle possibilità, per questo lavoriamo. Le ragazze che lavorano qui da noi hanno un animo molto sensibile: hanno sofferto e capiscono la sofferenza degli altri. Vengono molto volentieri e si occupano di mille cose. Hanno grandi responsabilità.
Ci sono famiglie che vivono perennemente in guerra con qualcosa: prima fanno la guerra contro la malattia; poi fanno la guerra per inserire nella società il loro bambino che è un po’ diverso dagli altri. Queste famiglie hanno bisogno d’aiuto. L’esperienza mi ha insegnato che gli adulti, quando sono malati, non riescono quasi mai a superare le cure, mentre i bambini sì, perché il loro corpo è più forte. Per questo cerchiamo di aiutarli anche dopo le cure durante il processo di riabilitazione.

Quanto è importante, secondo lei, l’aspetto psicologico per sconfiggere una malattia come il tumore?

È allo stesso livello delle medicine, se non al primo posto. In particolare è di fondamentale importanza il ruolo delle madri: un buon coordinamento tra madre e medico è la cosa migliore per il bambino malato. Sono le statistiche a rivelarlo. Per vincere la malattia serve una forza interiore incredibile. E bisogna avere la volontà di intraprendere una strada bruttissima. È lungo questa strada che l’aspetto psicologico diventa fondamentale.

A volte è più facile lasciarsi andare.

Sì, sì, è così. Noi abbiamo notato che per una buona riabilitazione sono positivi i viaggi all’estero. Il viaggio è sempre uno stress, certo, ma in questo caso uno stress positivo che dà al bambino tante emozioni. Io considero questi progetti di vitale importanza, soprattutto per i bambini di undici-dodici anni. Purtroppo non abbiamo tante possibilità perché gli aiuti sono pochi: nonostante abbiamo contatti con l’Austria, l’Inghilterra e con la Germania non riusciamo a far viaggiare tutti i bambini che ne avrebbero bisogno. Queste nazioni prendono troppi pochi bambini, da un minimo di cinque a un massimo di venti all’anno. Molte persone pensano che i nostri bambini siano diversi dagli altri e che la loro malattia possa essere contagiosa.

Intende dire che c’è gente che pensa che il tumore sia una malattia contagiosa?

Sì, è così. I progetti di risanamento all’estero inoltre possono essere utili al ragazzo perché lo aiutano a capire che non è l’unico ma che ci sono tantissimi altri bambini che vivono nelle sue stesse condizioni. Tra loro, durante i viaggi, si crea un rapporto di amicizia che li aiuta a sentirsi molto più sicuri di sé.

Ma c’è anche chi è contrario a questi viaggi: alcuni ritengono che per i bambini siano dannosi: vanno all’estero, stanno bene, poi tornato in Bielorussia e tutto torna come prima.

Questo non riguarda i nostri bambini.

Ho capito che lei non è d’accordo, ma la domanda era un’altra.

I nostri bambini vivono due fasi nella loro vita: la vita con la malattia e la vita dopo la malattia...

Volevo sapere solo quali possono essere, secondo lei, le motivazioni che spingono alcune persone a fare quelle affermazioni.

Nella nostra società non è un fatto attuale. I bambini che vengono in Italia per i progetti di risanamento sono così pochi che… l’Italia in un anno prende al massimo ottanta bambini. Per grazia di Dio qualcuno nel nostro governo ha capito questa situazione e evita di crearci problemi. Il governo bielorusso ha semplificato l’iter burocratico per questi progetti, ma i partner stranieri hanno ancora molti timori. Le famiglie che ospitano i bambini non vogliono responsabilità.

Cosa la fa arrabbiare?

Niente. Sono solo emozionata.

Intendevo cosa la fa arrabbiare nella vita.

La burocrazia.

A lei fa arrabbiare, a me fa impazzire. La ringrazio per aver nominato la burocrazia: è un argomento che abbiamo tralasciato, ma che per voi deve rappresentare uno dei muri più alti da oltrepassare.

Hai ragione. Sono già dieci anni che lavoro in questa società e l’esperienza mi ha insegnato che tutti i bambini che hanno avuto la possibilità di andare all’estero per un progetto di risanamento hanno ottenuto un risultato positivo. Una cosa molto importante è che lo stato di salute del bambino sia stabile. Per far sì che il progetto funzioni sono tre i fattori fondamentali: che il bambino voglia partire; che la famiglia straniera voglia dare affetto al bambino; e che lo stato di salute del bambino sia stabile. Se il bambino non vuole partire, ma se a spingerlo è la famiglia, l’esito del progetto rischia di essere negativo.

I familiari dei bambini malati qui da voi hanno, se non sbaglio, anche un appoggio concreto che gli permette di risparmiare un bel po’ di soldi.

È vero. Abbiamo delle stanze riservate ai genitori che non abitano a Minsk e che devono venire in città per far curare i loro bambini.

Lo spazio che avete è sufficiente?

Prima avevamo più spazio, poi abbiamo avuto problemi economici e ci hanno tolto alcune stanze. Ma ce la caviamo.

Lo stato non vi aiuta in nessun modo?

Grazie allo stato paghiamo molto meno d’affitto come tutte le altre associazioni. Però devo dire che non ci danno fastidio, e questo è molto importante.

C’è qualcosa che vuole che la gente sappia?

Che abbiamo bisogno di aiuto. Che i bambini hanno bisogno di emozioni positive e dell’amore della gente. Questa scatola che vedete costa duemila euro. Sono attrezzature per il reparto di terapia intensiva. Senza questa scatola non si può salvare la vita ai bambini.

La signora tira fuori un sacco di carte e documenti per dimostrarci la provenienza della merce.

Che rapporto avete con le case farmaceutiche?

Di nessun tipo.

Perché non fate le vostre richieste direttamente alle case farmaceutiche? È stata mai tentata questa strada?

Non lo possiamo fare. Sono i nostri partner che si rivolgono alle case farmaceutiche. Noi non possiamo.

Se ne ha voglia potrebbe raccontarci come visse il giorno in cui esplose la centrale di Cernobyl e come trascorse quel periodo della sua vita.

Mio figlio in quei giorni è stato sotto la pioggia, qui a Minsk. È uscito di casa verso le undici di mattina ed è rimasto fuori per molte ore. Dopo qualche mese ha iniziato ad avere un tipo di polmonite molto strana. Per la verità tutto era molto strano. Nessuno si spiegava quella malattia. Poi il perché l’abbiamo capito. Aveva dodici anni. Il ventisei aprile 1986 ne aveva otto. Dopo quattro anni sono iniziati i primi sintomi e dopo altri quattro anni, nel 1996, la diagnosi era di tumore.

Quando è esplosa la centrale avete avuto informazioni?

Niente. Proprio niente. Lo ricordo con precisione perché lavoravo in una fabbrica ed era un periodo in cui il lavoro era molto intenso. Dovevamo portare a termine i programmi di produzione perché si avvicinava la festa del primo maggio; e il primo maggio tutte le fabbriche e tutte le aziende dovevano fare un rapporto al governo.

Il primo maggio. Una grande festa che poi si è svolta tranquillamente nelle piazze.

Sì, è la verità.

Quindi in quei giorni non eravate preoccupati, non avevate timori di sorta.

Nessuno era preoccupato, io me lo ricordo, tutti i bambini festeggiavano tranquillamente per le strade e sotto la pioggia radioattiva.

Ricorda qualcosa in particolare?

L’aria, bruciava la gola. Però in quel periodo credevamo che la colpa fosse dei pollini; sa, le allergie.

In che misura Cernobyl pesa sulle malattie infantili?

Poco tempo fa è stato dichiarato che tutti i tumori infantili sono una conseguenza del disastro di Cernobyl.

I dati ufficiali sono diversi. Le percentuali sono bassissime. Si dice che tutto sommato questo grande disastro non ci sia mai stato.

Io non posso discutere le percentuali, però posso dare delle cifre: l’anno scorso tra i bambini che hanno avuto un tumore il cinquanta percento erano bambini piccolissimi, da zero a sette anni.

E già questo è un dato importante. Non si erano mai riscontrate percentuali così alte sui bambini.

È vero. Io non so cosa dicono i professori, ma vi ripeto: il cinquanta percento sono bambini e la Bielorussia è un paese troppo piccolo per queste percentuali. Siamo solo nove milioni. Prima la percentuale era dello zero virgola zero zero zero percento. Io non so cosa dicono i professori però… ho in banca dati tutti i bambini che in passato hanno avuto questa malattia… siamo arrivati al giorno che nascono i bimbi dai bimbi di Cernobyl. Vi spiego: la prima metà degli anni ottanta è stato un periodo in cui ci sono stati enormi finanziamenti da parte dello stato a favore delle famiglie. E questo per favorire la nascita di bambini. In quel periodo ne sono nati molti, e nessuno tiene conto del fatto che quei bambini oggi sono in età riproduttiva. Il cinquanta percento dei bambini che nascono oggi sono figli di quei bambini che hanno preso le radiazioni nel 1986. Io ho anche discusso con i professori che hanno il compito di dare le cifre: loro, non so perché, non si rendono conto.

I ragazzi come vivono questa situazione?

Io sono nonna, e mia figlia, quella sana, ha un bambino piccolo. I giovani non hanno paura, fanno nascere i bambini normalmente. Per loro sono più importanti i problemi economici: il lavoro, l’appartamento; la contaminazione per loro non è la cosa più importante.

Mi interessa sapere se i giovani sono al corrente, se conoscono il problema. Insomma, se non preoccuparsi è una scelta.

Sì, si rendono conto. Sanno di vivere in queste condizioni e che non hanno alternative.

Dall’Italia io mi guardo in giro e penso al resto del mondo, alle altre nazioni, faccio i miei pensieri insomma, per voi forse è più difficile…

Il terrorismo… ma come possiamo salvarci da… il problema della Cecenia per me è molto… sono legata a questo problema… abito in Bielorussia da più di trenta anni ma…

Lei è cecena?

Sì, sono cecena.

La signora si interrompe. Dopo un lungo sospiro ricomincia a parlare.

Cernobyl è un problema ecologico che durerà tantissimo tempo. Però è un problema che può essere risolto con l’unione di tutte le risorse scientifiche mondiali. Non è problema dell’Ucraina o della Bielorussia. Sappiamo benissimo che le risorse stanno per finire. In questo periodo stanno discutendo se costruire una centrale nucleare persino qui da noi.

Spero che non la costruiscano.

Anch’io, perché non abbiamo nessuna garanzia.

Mi ha fatto pensare… prima diceva giustamente che è un problema di tutti, non solo della Bielorussia… stando lì l’altro giorno e guardando quel Sarcofago non ho avuto un senso di sicurezza… so che già una parte della struttura ha ceduto sprofondando… quindi il problema è serio… voi sapete tutto questo?

Siamo molto preoccupati. Seguo sempre le trasmissioni e i documentari su Cernobyl. Guardo pochissima televisione, non ho tempo, ma quelli cerco sempre di non perderli.

Se a Cernobyl si verificasse un nuovo incidente sarebbe un vero guaio, anche per noi italiani.

È la verità. Perché voi siete coetanei dei nostri figli. Mio figlio ha ventisette anni e il marito di mia figlia trenta. Il futuro è vostro e la terra resterà ai vostri figli. Dovete pensarci. Purtroppo le politiche parlano diverse lingue. È importante trovare una lingua comune. Il nostro non è un paese molto avanzato, ma siamo educati e pronti al dialogo.

Intervista di Carlo Spera

venerdì 5 agosto 2011

IL BOSCO ROSSICCIO - РЫЖИЙ ЛЕС

Canzone: «Il bosco rossiccio»
Autori: Vladimir Šovkošitnyj, Vasilij Rozumnyj
Dal film: «La soglia» (Urss, 1988)
Traduzione: S.F.

Песня: «Рыжий лес»
Авторы: Владимир Шовкошитный, Василий Розумный
Из к/ф:
«Порог» (СССР, 1988)
Перевод: С.Ф.



РЫЖИЙ ЛЕС

Среди погибших отрешённых сосен
Весна блуждает солнечным лучём,
А рыжий лес навек сковала осень,
Он с ней, бедою нашей, обручён.

А рыжий лес навек сковала осень,
Он с ней, бедою нашей, обручён.

В пустом селе на проводах усталых
Не видно беззаботных лёгких птиц.
Текут тягучей волью в водах талых
Утраты наши, вереница лиц.

Текут тягучей волью в водах талых
Утраты наши, вереница лиц.

Зловещий призрак облаком сожжённый,
Радиоактивный омертвевший лес.
Деревья тянут руки обречённо
В бесстрастное всевиденье небес.

Деревья тянут руки обречённо
В бесстрастное всевиденье небес.


IL BOSCO ROSSICCIO

Tra i pini senza vita e attoniti
La primavera erra con un raggio di sole,
E il bosco rossiccio l’ha incatenato per sempre l’autunno,
Con esso, con la nostra sciagura, s’è fidanzato.

E il bosco rossiccio l’ha incatenato per sempre l’autunno,
Con esso, con la nostra sciagura, s’è fidanzato.

Nel villaggio deserto sopra i cavi stanchi
Non si vedono gli uccelli spensierati, leggeri.
Scorrono con volontà viscosa nelle acque sgelate
Le nostre perdite, la successione dei visi.

Scorrono con volontà viscosa nelle acque sgelate
Le nostre perdite, la successione dei visi.

Funesto fantasma bruciato dalla nube,
Bosco radioattivo necrotizzato.
Gli alberi, come dannati, allungano le mani
Nell’impassibile chiaroveggenza dei cieli.

Gli alberi, come dannati, allungano le mani
Nell’impassibile chiaroveggenza dei cieli.

mercoledì 3 agosto 2011

SIAM UCCELLI DELLO STESSO NIDO - МЫ ПТИЦЫ ОДНОГО ГНЕЗДА

Canzone: «Siam uccelli dello stesso nido»
Autori: Vladimir Šovkošitnyj, Vasilij Rozumnyj
Dal film: «La soglia» (Urss, 1988)
Traduzione: S.F.

Песня: «Мы птицы одного гнезда»
Авторы: Владимир Шовкошитный, Василий Розумный
Из фильма: «Порог»  (СССР, 1988)
Перевод: С.Ф.



МЫ ПТИЦЫ ОДНОГО ГНЕЗДА

жителям г. Припять посвящается

Мы птицы одного гнезда,
Но нас по свету разбросало,
А наша скорбная звезда
Над тихой Припятью сияла.

Нам теперь не вырваться из плена
Памяти той выжженой весны.
Никакие в жизни перемены
Не сумеют разноцветить сны.

Чёрное и белое – Чернобыль,
Чёрное и красное – беда.
В чёрной гари души высшей пробы,
Неужели это навсегда.

Нам снег ложится на виски,
И души заметает вьюга.
Нам не изжить своей тоски,
По ней в толпе найдём друг друга.

Нам теперь не вырваться из плена
Памяти той выжженой весны.
Никакие в жизни перемены
Не сумеют разноцветить сны.

Чёрное и белое – Чернобыль,
Чёрное и красное – беда.
В чёрной гари души высшей пробы,
Неужели это навсегда.


SIAM UCCELLI DELLO STESSO NIDO

dedicata agli abitanti di Pripjat'

Siam uccelli dello stesso nido
Ma ci hanno sparpagliato per il mondo,
E la nostra stella d’afflizione
Brillava sopra la placida Pripjat’.

Ora non possiamo liberarci dalla prigionia
Della memoria di quella primavera incenerita.
Nessun cambiamento nella vita
Potrà mai ricolorare i nostri sogni.

Il nero e il bianco – Cernobyl,
Il nero e il rosso – sciagura.
Nella nera brace le anime della prova suprema,
Ma davvero questo è per sempre?

La neve ci si posa sulle tempie
E le anime son spazzate dalla bufera.
Non possiamo superare la nostra nostalgia,
È con lei che nella folla ci troveremo l’un l’altro.

Ora non possiamo liberarci dalla prigionia
Della memoria di quella primavera incenerita.
Nessun cambiamento nella vita
Potrà mai ricolorare i nostri sogni.

Il nero e il bianco – Cernobyl,
Il nero e il rosso – sciagura.
Nella nera brace le anime della prova suprema,
Ma davvero questo è per sempre?

lunedì 1 agosto 2011

EVGENIJ SKRUNT, LIQUIDATORE - ЕВГЕНИЙ СКРУНТ, ЛИКВИДАТОР


Data: 25.04.2011
Luogo: Biblioteca per giovani di Klincy (Russia)
Evento: Café scientifico-letterario «La Memoria di Cernobyl»
Organizzatori: volontari dell’eko-club «Sozvezdie» di Klincy
Intervento: Evgenij Skrunt (liquidatore di Klincy)
Video: Jurij Otrjaskin
Traduzione e sottotitoli: S.F.

Дата: 25.04.2011 г.
Место: Юношеская библиотека г. Клинцы
Мероприятие: Научно-литературное кафе «Память Чернобыля»
Организаторы: волонтёры эко-клуба «Созвездие» г. Клинцы
Выступление: Евгений Скрунт (ликвидатор г. Клинцы)
Видео: Юрий Отряскин
Перевод и субтитры: С.Ф.


giovedì 28 luglio 2011

L'ESPERIENZA MEDICA A KLINCY - МЕДИЦИНСКИЙ ОПЫТ В КЛИНЦАХ


Data: 25.04.2011
Luogo: Biblioteca per giovani di Klincy (Russia)
Evento: Café scientifico-letterario «La Memoria di Cernobyl»
Organizzatori: volontari dell’eko-club «Sozvezdie» di Klincy
Autore: Irina Karevskaja (medico di Klincy)
Video: Jurij Otrjaskin
Traduzione e sottotitoli: S.F.

Дата: 25.04.2011 г.
Место: Юношеская библиотека г. Клинцы
Мероприятие: Научно-литературное кафе «Память Чернобыля»
Организаторы: волонтёры эко-клуба «Созвездие» г. Клинцы
Автор: Ирина Каревская (врач г. Клинцы)
Видео: Юрий Отряскин
Перевод и субтитры: С.Ф.


mercoledì 27 luglio 2011

L'IMPRESA SCONOSCIUTA DEI MINATORI - НЕИЗВЕСТНЫЙ ПОДВИГ ШАХТЁРОВ


Foto: Aleksandr Voevodskij
Autore: Vladimir Naumov, liquidatore-minatore
Luogo: Tula (Russia)
Data: 15.12.2010
Fonte: www.vtule.ru
Traduzione: S.F.

Автор: Владимир Наумов, ликвидатор-шахтёр
Место: Тула (Россия)
Источник: www.vtule.ru
Дата: 15.12.2010
Перевод: С.Ф.







НЕИЗВЕСТНЫЙ ПОДВИГ ШАХТЁРОВ

Мне тогда было 30 лет. Я работал на одной из шахт Тульской области. Как только случилась авария, на ликвидацию её последствий стали набирать шахтёров. Нам было дано серьёзное и значимое задание, о котором вообще мало, кто знает.

Начну с того, что из шахтёров в Чернобыль поехали только лучшие проходчики, добровольцы, прошедшие строгий отбор Парткома! На АЭС нас привезли спустя 18 дней со взрыва реактора.

В первый день приезда – сразу на смену. Нам было дано задание пробить 150-метровый штрек (тоннель) под землёй от третьего энергоблока к взорвавшемуся четвертому. А потом под тем самым четвёртым блоком “выработать”, вырыть некую камеру, размером 30х30х30. В этом пространстве должны были установить специальные холодильники. Подразумевалось, что они остудят вещества, образовавшиеся в результате взрыва, и несколько приостановят радиоактивные излучения.

Сроки нам поставили 3 месяца, мы сделали всё менее, чем за месяц. Как работали в Чернобыле шахтёры, даже показывали другим – экскурсии организовывали. Лопаты друг у друга отбирали! Приходит смена, а им предыдущая говорит, мол, рано! Те, в свою очередь: «Нет, уже 2 минуты, как наша смена!». Энтузиазма был, хоть отбавляй. Ведь идеология в те времена была советская, воспитание другое. «Кто, если не мы?» – был такой известный лозунг.

Ребята мои сам блок не видели ни разу – под землёй же работали, а мне довелось. Очень непривычно было не видеть ни одной живой души в 30-ти километровой зоне (30-ти километровая зона – особая зона вокруг взорвавшегося реактора, находиться внутри которой было запрещено из-за уровня радиации в ней; пускали туда только ликвидаторов по специальным пропускам). А села в тех местах богатые были: кирпичные дома, фермы. А людей – нет! Ничего нет и никого. Ворота раскрыты, трактор какой-то стоит, как выезжал, так и бросили его в спешке посреди участка. Только собаки поначалу бегали и скулили, да и тех перестреляли потом.

А однажды поехали за топливом для техники. Я особо за дорогой не следил, а с нами дозиметрист был. Щелкал измерительным прибором своим, всё мерил радиацию. И тут, раз… и прибор-то этот у него зашкалил. Я в окно глянул – взорванный блок проезжаем. Всё разворочено, куча людей вокруг работает. Кстати, замеряли радиацию в своём тоннеле, вроде как всё и в норме было. Относительно, конечно, по сравнению с тем, что наружи. Всё-таки земля немного защищала, да и плита бетонная огромная под всей станцией была.

Вернёмся под землю.

Смену установили нам в 3 часа! В нормальных, не чрезвычайных, условиях за 3 часа делают 80 см тоннеля. В Чернобыле проходили по 2 метра – и всё на голом энтузиазме. Стаханов отдыхает, по сравнению с шахтёрами. Да и люди они такие, шахтёры – понимают друг друга с полуслова. Как подводники под водой, десантники в воздухе, так и шахтёры под землей – в неестественных для человека условиях очень дружны.

Три отряда выполняли задачу. По две недели каждый. Первый отряд практически прошёл тоннель, второй доделывал тоннель и начал копать камеру, а третий уже её доделывал и помогал монтировать холодильники. Установки до сих пор так и остались – над реактором бетонный саркофаг, под ним – холодильная камера.

Так вот, когда вырывали эту камеру, грунт вывозили на вагонетке (в тоннеле сразу проложили рельсы). Вагонеточка у нас ходила такая полутонная. Представьте себе, что 90 вагонеток вывозили все смены, однажды даже был рекорд – 96! А теперь подсчитайте – 3 часа – это 180 минут. Значит, по 2 минуты на каждую ходку. То есть, полтонны загрузить, 150 метров вагонетку по рельсам протолкать, выгрузить и назад загнать. Причём, толкали её вдвоем, а загружали человек пять-шесть – вручную, лопатами.

Неужели не было никакого материального вознаграждения? Деньги за ваш труд не платили?

Это уже потом заплатили. Поначалу мы даже и не знали о том, что выходили секретные постановления ЦК КПСС об особой оплате работавшим на ликвидации. Там определялись три зоны – чем ближе к реактору, тем больше оплата. Мы работали в последней, третьей, самой опасной. Получали пятикратный оклад – 100 рублей за смену. Такие постановления вышли для многих министерств. Но выполнили их далеко не все. Например, говорят, Минобороны платило “партизанам” стандартную ставку, как за обычные военные сборы.

Выполнили мы свою задачу – и домой. Казалось бы, всего несколько недель, а такое ощущение, что годы там прошли. До сих пор всё свежо в памяти. А весной даже ездили туда. Вспомнить, так сказать, почтить память погибших, посмотреть, что изменилось.

И что же изменилось? Что сейчас в Чернобыле?

Закрытая территория, на которой никто практически не живёт – только “самосёлы”. Хотя на самой станции и фирм всяких много. Металлом, например, занимаются.

А как же радиация?

Ну, в воздухе там сейчас всё в норме. Не так страшна проникающая радиация, как то, что попало в землю. Например, стронций. У него период полураспада – до 1000 лет. Вот он и сидит в почве, на которой растёт трава, которую едят тамошние животные. С такой почвы, говорят учёные, не то, что в пищу употреблять, трогать-то ничего не следует. И подземные воды, кстати, там проходят, которые прекрасно переносят радиацию.

Владимир Николаевич Наумов
(вёл интервью: Дмитрий Левин)


L’IMPRESA SCONOSCIUTA DEI MINATORI

Avevo allora 30 anni. Lavoravo in una delle miniere della regione di Tula. Non appena ebbe luogo l’incidente per la sua liquidazione cominciarono ad arruolare i minatori. Ci misero davanti un compito gravoso e importante del quale praticamente nessuno sapeva niente.

Comincio col dire che tra i minatori a Cernobyl andarono soltanto i migliori scavatori, volontari, che passarono una severa selezione del Partito comunista! Alla centrale nucleare ci portarono 18 giorni dopo lo scoppio del reattore.

Il giorno stesso dell’arrivo – subito un turno di lavoro. Ci venne dato il compito di aprire un tunnel sotterraneo di 150 metri dal terzo reattore fino al quarto saltato in aria. E dopo sotto lo stesso quarto reattore di “allestire”, scavare una sorta di cella della misura 30x30x30. In quello spazio si dovevano installare frigoriferi speciali. Era sottinteso che essi sarebbero serviti a raffreddare le sostanze venutesi a formare in seguito all’esplosione e a fermare almeno un po’ le emissioni radioattive.

Ci diedero una scadenza di tre mesi, ma noi terminammo tutto in meno di un mese. Come lavorassero i minatori a Cernobyl, lo mostravano anche agli altri, organizzavano delle visite. Ci si strappava le pale l’un l’altro! Arrivava il cambio, e quelli del turno precedente a dire: «È presto!». E quegli altri, a loro volta: «No, son già 2 minuti che è il nostro turno!». C’era entusiasmo a bizzeffe. Perché a quei tempi l’ideologia era sovietica, l’educazione era un’altra. «Chi altri se non noi?», era il celebre slogan di allora.

I miei ragazzi il reattore non lo videro manco una volta, in quanto lavoravano sottoterra, io invece ne ebbi l’occasione. Era del tutto inconsueto non vedere neanche un’anima viva nella zona dei 30 chilometri (è questa la zona speciale intorno al reattore esploso nella quale è proibito stare a causa dell’elevato livello delle radiazioni; vi lasciavano passare soltanto i liquidatori con speciali lasciapassare). E i villaggi in quei luoghi erano ricchi: case in mattone, fattorie. E non c’erano persone! Non c’era niente e nessuno! Le porte spalancate, in un campo c’era un trattore, lasciato lì di tutta fretta. Solamente i cani all’inizio correvano e guaivano, ma anche loro in seguito furono abbattuti tutti.

Una volta andammo a prendere il carburante per i mezzi di trasporto. Io non facevo molto caso alla strada, ma con noi c’era un dosimetrista. Faceva scattare il suo apparecchio dosimetrico, misurava di continuo le radiazioni. E a un certo punto… il suo apparecchio andò fuori scala. Io guardai fuori del finestrino – stavamo passando accanto al reattore saltato in aria. Tutto era rivoltato, un mucchio di gente stava lavorando lì intorno. A proposito, misuravano le radiazioni anche nel nostro tunnel, e là era più o meno tutto nella norma. Relativamente, s’intende, a confronto di quello che c’era all’esterno. La terra nonostante tutto proteggeva un po’, e sotto tutta la centrale c’era inoltre un’enorme lastra di cemento.

Ritorniamo sotto terra.

Ci stabilirono turni di 3 ore! – con trasporto prosegue il minatore Vladimir Naumov. – In condizioni normali, non straordinarie, in 3 ore si fanno 80 cm di tunnel. A Cernobyl se ne facevano 2 metri, e tutto con puro entusiasmo. Stachanov si riposa in confronto a quei minatori. Sono fatti così i minatori, si capiscono l’un l’altro al volo. Così come i sommergibilisti sott’acqua, i paracadutisti nell’aria, anche i minatori sotto terra in condizioni fuori dal comune per l’uomo sono molto uniti.

Tre reparti eseguivano il compito. Per due settimane ciascuno. Il primo reparto scavò in pratica il tunnel, il secondo lo ultimò e cominciò a scavare la cella, mentre il terzo la terminò e aiutò a montare i frigoriferi. Quegli impianti sono rimasti fino a oggi – sopra il reattore il sarcofago di cemento, sotto il reattore la cella frigorifera.

Dunque, mentre scavavamo la cella, il terreno veniva portato fuori in un vagoncino (nel tunnel vennero subito messi dei binari). Il nostro vagoncino portava circa mezza tonnellata. Immaginatevi che durante tutto un turno si trasportavano 90 vagoncini, una volta si arrivò perfino al record di 96! E ora fate un po’ il conto – 3 ore sono 180 minuti. Vale a dire, 2 minuti per ogni passaggio. Cioè, per caricare mezza tonnellata, spingere sui binari il vagoncino per 150 metri, scaricarlo e rimandarlo indietro. E lo spingevano in due, però lo caricavano in cinque o sei, a mano, con le pale.

Possibile che non ci fosse alcuna ricompensa materiale? Non vi pagavano per il vostro lavoro?

Ci pagarono in seguito. All’inizio noi non sapevamo nemmeno che venissero date disposizioni segrete del CC del PCUS per una paga speciale per chi lavorava alla liquidazione. Venivano stabilite tre zone – più vicino si era al reattore, più elevata era la paga. Noi lavoravamo nell’ultima, la terza, la più pericolosa. Prendevamo uno stipendio quintuplo – 100 rubli per ogni turno. Tali disposizioni erano state date a molti ministeri. Ma non certo tutti le applicavano. Ad esempio, dicono, il Ministero della Difesa pagava i “partigiani” uno stipendio standard, come per delle normali esercitazioni militari.

Portammo a termine il nostro compito – e a casa. Si trattò in realtà di alcune settimane, ma la sensazione era come se avessimo passato là degli anni. Tuttora è tutto fresco nella memoria. E la primavera scorsa siamo persino tornati là. A ricordare, per così dire, a onorare la memoria dei defunti, a vedere quello che era cambiato.

E cosa è cambiato? Cosa c’è oggi a Cernobyl?

Un territorio chiuso in cui non ci vive praticamente nessuno, soltanto gli “autoinsediatisi”. Anche se presso la centrale stessa ci stanno varie ditte. Ad esempio, si occupano dei metalli.

E le radiazioni?

Be’, nell’aria ora è tutto nella norma. Le radiazioni non sono più tanto terribili come quelle che penetrarono allora nel terreno. Ad esempio lo stronzio. Esso ha un periodo di dimezzamento fino a 1.000 anni. Se ne sta nella terra sulla quale cresce l’erba che mangiano gli animali locali. Quella terra, dicono gli scienziati, non va nemmeno sfiorata, altro che non utilizzarla per il cibo. E inoltre ci scorrono le acque sotterranee, le quali portano benissimo le radiazioni.
Vladimir Naumov
(intervista di Dmitrij Levin)